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Aborto, quale ruolo per lui? di Cristina Tirinzoni

Testo integrale dell’intervista realizzata da Cristina Tirinzoni e pubblicata da Psychologies, N. 5, maggio 2006

1) L’aborto è un problema solo della donna. O no?

FIUMANÒ* C’è sempre una profonda solitudine della donna in questa scelta drammatica e lacerante, in quel silenzioso decidere che la vita che le sta crescendo dentro, abbandoni il suo corpo. Perché la misura di consapevolezza, di riflessione e di dolore con la quale si affronta l'esperienza dell'aborto è irriducibilmente individuale e intima. A cominciare dal senso del mistero che avvolge la nascita di ogni bambino. Perché l’aborto è sempre, innanzitutto, una violenza sulla donna oltre che sul feto. Anche  se il partner è al suo fianco, non può contenere tutto il senso di colpa, di mutilazione, la sua angoscia, i suoi fantasmi.

2) Il padre è davvero il grande escluso in questa decisione?

FERLIGA* La nostra legislazione in materia prevede che il padre del concepito venga sentito dal medico “ove la donna lo consenta”. Questo dispositivo, che ritiene il padre dispensabile nel momento della scelta sulla vita del concepito, è il riflesso di una situazione più generale che, da almeno due secoli, vede il padre sempre più assente dalla vita dei figli. In un lungo processo storico, che ha reso la figura del padre marginale, si è arrivati a pensare che il suo parere sulla nascita, sugli inizi della vita, non fosse essenziale. Ma non ascoltare la voce del padre in quel momento comporta conseguenze gravi: la donna, lasciata sola di fronte ad una scelta che riguarda la vita del concepito, sopporta da sola tutta l’angoscia che ne deriva, in quanto l’aborto si configura sempre come un evento traumatico che lascia nella psiche un vissuto di morte. Anche il padre però, nel momento in cui viene escluso dal movimento vitale che ha contribuito ad iniziare, viene mutilato e ferito nella sua potenzialità/possibilità creativa, ed anche in questo caso ne deriva per lui un trauma psicologico. Di fronte all’aborto c’è anche il dolore dell’uomo che non può essere padre. E’ un dolore diverso, meno acuto ed evidente di quello della donna, e forse trascurato perché non è sufficientemente chiaro, nemmeno agli specialisti della psiche, quanto essere padre sia importante nel destino di un individuo.
FIUMANÒ Le donne permettono agli uomini di dire la loro se li amano.  È quando non li amano più che la parola maschile perde, come dire, la sua rilevanza. Esistono purtroppo uomini che non si sentono corresponsabili e non aiutano la propria donna, anzi la spingono ad abortire. Oppure se la cavano con un silenzio, un “decidi tu” che permette all’uomo di rimanere sullo sfondo della scena, di scivolare via indenne e -lui sì- senza dolore.
FERLIGA Questo è in parte vero: esistono uomini che, approfittando della loro de-responsabilizzazione, sancita per altro dalla legge, abbandonano la donna alla sua solitudine decisionale. Il dolore in questi casi è tutto per la donna, ma l’inconscio registra anche per l’uomo un vissuto di fallimento. Come sempre, quando si viene meno, nella vita, all’assunzione delle proprie responsabilità, l’inconscio trasforma queste mancanze in un senso di inadeguatezza, di impotenza e in veri e propri sintomi nevrotici. Se l’uomo non prova dolore di fronte all’aborto, se quando ne è corresponsabile non avverte alcun senso di colpa, la sua situazione psichica risulta fortemente danneggiata. Talvolta si esprime attraverso forti depressioni o stati di ansia di cui l’individuo non riesce ad individuare la causa. Proprio l’assenza del senso di colpa rende più difficile per questi uomini prendere coscienza del danno psichico che coinvolge anche loro. Ma devo aggiungere che per fortuna esiste, in particolare nelle nuove generazioni, anche una tendenza diversa, per cui giovani uomini divengono sempre più consapevoli dell’importanza e della bellezza di essere padri e chiedono di poter essere accanto alla loro compagna in tutti i momenti che riguardano la nascita di un figlio: dal concepimento, al parto, ai primi mesi di vita. Questa nuova situazione ci apre alla speranza.

3) Non si può prescindere da un fatto:  che la vita umana arriva a questo mondo passando necessariamente attraverso la libera accettazione di una donna che la accoglie e la coltiva. C’è quindi in gioco il desiderio di paternità, oltre alla difficoltà per l’uomo di accettare questo squilibrio?

FIUMANÒ Negli anni in cui era proibito l'aborto, le donne abortivano comunque, senza chiedere il parere dell’uomo. Il fatto che abortivano in segreto, rischiando anche la vita, non metteva in dubbio la centralità della funzione paterna. È questo il punto che mi preme sottolineare: nel momento in cui l’aborto è uscito dall’orrore della clandestinità e beneficia della assistenza medica a tutela della salute delle donne, l’autodeterminazione femminile diventa un eccesso di decisionalità. Ed entra il conflitto con il diritto alla paternità. Non so se leggerla come un desiderio di revanche contro la libertà femminile, per mantenere un certo controllo sulla riproduzione o come la spinta ad assumersi una nuova responsabilità.Come sulla procreazione assistita, in verità non è la donna ma la tecno-medicina che espropria l’uomo della paternità. Più o meno consciamente sono entrambi, uomini e donne, dentro questa contraddizione. Ecco ripartirei dai qui. Non si tratta dunque di mettere in discussione le conquiste femminili o gli strumenti della medicina attuale, quanto di restituire alla procreazione la profondità di campo che le spetta: i suoi fantasmi e i suoi simboli, l'ordine affettivo e la storia familiare che la sottende. Il desiderio di un figlio è ambiguo tanto quanto il non desiderio. Qualunque accanimento, in un senso o nell’altro, può nascondere questioni insolute. Fantasie, aspirazioni, proiezioni. Quali? Ogni storia è un caso a sé. Per l’uomo è dura accettare di essere escluso da quella decisione. Ma a questo punto deve chiedere alla sua compagna e quindi abituarsi all’ascolto e al confronto con lei, senza avere in mano il potere decisionale. Un partner che si sente escluso dovrebbe per esempio cominciare a chiedersi perché voglia un figlio da una donna che non vuole darglielo. Pensare alla scelta di non avere figli in termini di patteggiamento tra partner mi pare fuorviante. Il bambino dovrebbe nascere da un incontro di desideri. Un figlio è davvero una responsabilità da condividere, non è una risposta a problemi individuali o di coppia. E allora, si può anche ripensare, per esempio, il coinvolgimento   del padre nel momento cruciale dell’interruzione della gravidanza. Perché la sua non sarà più la parola “proprietaria”, ma una parola di relazione.
FERLIGA Sono d’accordo! Proprio lo sviluppo della scienza e della tecnica, da cui non possiamo prescindere, rischia di espellere l’uomo, dal processo riproduttivo. Anche la donna però rischia oggi di diventare solo strumento per mettere al mondo un figlio “per altri”. La tecno-medicina ci pone così, uomini e donne, dentro la stessa contraddizione. Per quanto riguarda la posizione maschile io penso che il tema della paternità si ponga, non sul piano di una rivendicazione di diritti, ma su quello di una assunzione di responsabilità. Se è vero che un figlio e una figlia nascono da un incontro di desideri, siamo oltre il piano dei diritti e, come dice bene Marisa Fiumanò, oltre la parola “proprietaria”. Questo è proprio il punto centrale: il figlio non è proprietà di nessuno, né del padre, né della madre, la sua vita non può essere sottoposta a patteggiamento alcuno. Un figlio che nasce da un gesto d’amore va oltre e trascende, fin dall’inizio, le figure dei genitori. Padre e madre questo lo sanno. Ma anche un figlio che arriva inatteso e “non programmato” chiede di essere accolto e di venire al mondo. Interrogandosi sul nuovo evento, volgendo lo sguardo al futuro, i genitori possono rinnovarsi e dare un senso, una direzione alla loro esistenza. Ciò comporta innanzitutto un confronto, una “parola di relazione”. Perché questa parola possa essere detta e la nuova vita accolta, è però necessaria anche la presenza di una comunità, che sostenga e aiuti, una comunità che sia luogo di relazioni umane e di scambi affettivi, non più regolata dall’economia del consumo, ma da quella del dono.

Marisa Fiumanò: Psicoterapeuta e Psicoanalista, è Presidente dell’Assiociazione lacaniana di Milano e dirige il Laboratorio freudiano di Milano per la formazione degli psicoterapeuti. E’ autrice di L’immacolata fecondazione (La tartaruga) e A ognuna il suo bambino (Il Saggiatore)

Paolo Ferliga: Filosofo e Psicoanalista junghiano, è Psicoterapeuta a Brescia, ha pubblicato di recente Il segno del padre ne destino dei figli e della comunità (Moretti & Vitali).