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L'esempio del giovane partigiano Tita Secchi

Breve riflessione su Tita Secchi, giovane partigiano, morto per amore nel settembre 1944.

1. Il desiderio
Nelle nostre discussioni ci siamo più volte scontrati con la difficoltà di definire il desiderio, di considerarlo come qualcosa di autonomo e del tutto indipendente dal bisogno. Se desidero qualcosa, questo è il sottinteso, lo desidero per soddisfare un bisogno personale. Soltanto al bisogno si riconosce così un carattere primario, fondativo dell’agire dell’uomo. La psicoanalisi (in particolare freudiana), con la sua ottica riduzionista, rafforza questo ragionamento: fame e istinto sessuale spiegano tutto! Se accettiamo quest’ottica, che tende a ridurre il desiderio alla soddisfazione di un bisogno, non siamo più in grado di comprendere la grammatica del desiderio che è completamente altra rispetto a quella del bisogno. Quando ragioniamo così, assumiamo inconsapevolmente le procedure della logica e della matematica per parlare dell’anima. Ma, se è vero che in logica è fondamentale ricondurre ogni proposizione ad un unico principio, quello di identità, e se è vero che in matematica la serie infinita dei numeri può essere tutta ricavata dall’uno attraverso la semplice operazione della somma, queste procedure non valgono per la “comprensione” dell’anima. Forse il più grande tentativo di ricondurre il comportamento dell’uomo ad un unico punto di vista è stato quello dell’utilitarismo, secondo cui l’uomo agisce sempre per un proprio utile e la società funziona bene, solo se tutti i soggetti sono messi in condizione di seguire il proprio utile personale. E’ interessante notare che il fondatore dell’utilitarismo, Jeremy Bentham (Londra 1748-1832), liberale e filantropo, favorevole al suffragio universale e alla riforma della legge sui poveri ideò un sistema carcerario, detto Panopticon, che servì da modello alla costruzione della prima prigione cellulare a Millbank. L’idea, forse in lui un po’ ossessiva, era quella di controllare tutti i carcerati da un unico punto di osservazione. Ecco, se noi riduciamo il desiderio al bisogno, se assumiamo cioè un unico punto di vista per parlare dell’anima, riproduciamo il modello del Panopticon, con tutte le sue illusorie fantasie di controllo e con la tragica conseguenza di mettere l’anima in prigione. Il desiderio, come sostengono lucidamente Deleuze e Guattari nell’Antiedipo (1972) non risponde alla logica privativa della mancanza, tipica del bisogno. E’ invece il potere che, per controllare il desiderio, lo riduce a mancanza omologandolo al bisogno. Se manchi di qualcosa, non potrai fondare le tue richieste che su questa mancanza e qui il potere (della Grande Madre diremmo noi) ti tiene, per sempre, dipendente. Riusciamo invece a pensare ad un desiderio che si fondi sulla pienezza, sulla ricchezza di energie, sulla possibilità di sprecarle? Un desiderio di vivere la vita fino in fondo, anche nella sua dimensione tragica? Un desiderio dunque che non si fondi sulla soddisfazione dei propri bisogni personali, ma sulla realizzazione-produzione di qualcosa di transpersonale, vorrei dire di sacro? La mia idea è che solo se riusciamo a vedere il desiderio in questa luce ci possiamo liberare dal bisogno e possiamo sperimentare la nostra vita come un dono, ricevuto e da dare. In questa prospettiva il desiderio presenta secondo me una struttura grammaticale completamente diversa da quella del bisogno, analoga invece a quella del dono.

2. Il racconto
Nel mese di luglio del 1944, in alta Val Camonica, si costituì la Brigata Giacomo Perlasca che aderì alle Fiamme verdi, formazione partigiana di ispirazione cattolica. Tra i ribelli, così si chiamavano accettando la definizione spregiativa che di loro dava la polizia fascista, il giovane Tita Secchi, a capo di un gruppo che avrebbe dovuto operare prevalentemente in Val Sabbia, alle pendici della Corna Blacca. La sera del 25 agosto “un imponente schieramento di forze tedesche, coadiuvate da truppe fasciste, si portò all’imbocco delle strade, delle mulattiere e dei sentieri che portavano in Corna Blacca. … Il rastrellamento iniziò contemporaneamente per tutti i reparti impegnati, all’alba del 26 agosto.” (Rolando Anni, Storia della Brigata “Giacomo Perlasca”, Istituto storico della Resistenza bresciana, 1980, pp.97-98). “Immediatamente Tita Secchi decise di raggiungere il Comando per rendersi definitivamente conto di quanto stava avvenendo; si era appena avviato, con Aldo Franchi, quando iniziò una violenta sparatoria da parte dei tedeschi che, nel frattempo, avevano circondato la zona. …l’unica via di fuga possibile era quella verso il basso, dopo aver superato un dislivello. ..Tita Secchi …riuscì a passare ed a raggiungere un boschetto, più sotto, dove si mise a raccogliere della legna fingendosi un montanaro. Una pattuglia di tedeschi gli si avvicinò per controllare; stava comunque allontanandosi quando uno di essi gli vide spuntare dalla tasca dei pantaloni un foglietto. Lo prese: era un foglio con l’intestazione della brigata Perlasca. Immediatamente venne arrestato e portato via” (p.101) Quando si seppe della sua cattura si cercò in tutti i modi di liberarlo e un maresciallo tedesco sarebbe stato disposto a lasciarlo andare in cambio di una grossa cifra in valuta pregiata. Il padre, Rizzardo Secchi, era disposto a fare un sacrificio anche maggiore “purchè non esca solo mio figlio, ma anche tutti i suoi compagni di cattura, perché il mio Tita non me la perdonerebbe più se uscisse da solo”. “Il maresciallo tedesco vide che si sarebbe compromesso troppo. Così furono fucilati tutti, improvvisamente.” (p.114) In effetti Tita Secchi, saputo della possibilità di salvarsi, aveva posto come condizione irrinunciabile che venissero liberati anche i suoi compagni. (un breve profilo di Tita Secchi apparve su il ribelle, n° 14 del 15.10.1944) Il dono della vita di Tita Secchi non lascia spazio ad alcun commento. E’ però da esempi come questo che possiamo tentare di dire qualcosa del dono come senso fondativo della vita in radicale ed assoluta alterità rispetto al bisogno.

3. Nominare il dono
Quando proviamo a nominare il dono, a dargli un significato ci imbattiamo subito in alcune difficoltà. Vittime del paradigma riduzionista ci sentiamo increduli. Come è possibile donare? Dietro ci sarà sempre un interesse, un bisogno più o meno nascosto, uno scopo. Siamo cioè prigionieri di un sistema linguistico in cui tutte le parole hanno un significato relativo. E’ come se dicessimo “questa sedia è buona”. “Sì, ma per fare cosa?” Oppure: “Questa è la via giusta.” “Sì. Ma per arrivare dove?” Ci risulta immediatamente evidente che in questi casi le parole “buona” e “giusto” hanno un valore relativo. Ma quando usiamo queste parole in senso etico esse hanno invece un valore assoluto, un valore cioè che nella sua essenza è indicibile. Ludwig Wittgenstein (Vienna 1889-Cambridge 1951) per tutta la vita si è confrontato con questo problema, il problema cioè di “avventarsi contro la gabbia del linguaggio” che impedisce, proprio per le sue caratteristiche logico-grammaticali, di dire ciò che ha un valore assoluto. Nella Conferenza sull’etica del 1930 (Adelphi,1967) Wittgenstein compie un tentativo mirabile di nominare ciò che sfugge ad ogni definizione, di dire l’indicibile: “Ora, invece di dire che , avrei potuto dire che l’etica è la ricerca su ciò che ha valore, o su ciò che è realmente importante, o sul significato della vita, o su ciò che fa la vita meritevole di essere vissuta, o sul giusto modo di vivere”. (p.7) Quando ci occupiamo di etica l’uso delle parole mostra un senso assoluto, indipendente cioè da qualsiasi scopo prefissato. Lo stesso accade quando diciamo. “Mi meraviglio per l’esistenza del mondo.” Non ci meravigliamo che il mondo sia così, ad esempio che la terra ruoti nello spazio sospesa per aria, ma ci meravigliamo che il mondo esiste, indipendentemente da come esso è. Usiamo cioè il termine meravigliarsi in un senso assoluto. Come quando parliamo di un miracolo, che non è in alcun modo riducibile ad una spiegazione scientifica. Anche il dono, come un miracolo, può essere nominato solo in un senso assoluto, in un senso cioè che contravviene ad ogni uso scientifico e quindi relativo del linguaggio. Per questa ragione il dono non trova alcuna collocazione all’interno della dinamica dei bisogni e nemmeno degli scopi. Per questa ragione il dono non è riconducibile ad una comprensione razionale. In questo senso il dono come parola e come gesto ha qualcosa di disperato e di meraviglioso al tempo stesso. Così come disperato e meraviglioso è stato il dono della vita di Tita Secchi. Seguendo Wittgenstein potremmo dire che tutte le espressioni dell’etica e quindi anche il dono, si propongono di “andare al di là del mondo, ossia al di là del linguaggio significante.” “La mia tendenza e, io ritengo, la tendenza di tutti coloro che hanno mai cercato di scrivere o di parlare di etica o di religione, è stata di avventarsi contro i limiti del linguaggio. Quest’avventarsi contro le pareti della nostra gabbia è perfettamente, assolutamente disperato. L’etica, in quanto sorga dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l’assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice, non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza. Ma è un documento di una tendenza nell’animo umano che io personalmente non posso non rispettare profondamente e che non vorrei davvero mai, a costo della vita, porre in ridicolo.” (p.18) Il dono, a differenza del bisogno, si sottrae ad ogni tentativo di spiegazione scientifica, anche di tipo psicoanalitico. Ma forse proprio per questa ragione è in grado di dare fondamento vero e senso, cioè direzione, alla nostra vita. P.F.