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Appunti sulla guerra in Jugoslavia

Appunti sulla guerra nel nostro secolo: il caso della Jugoslavia.

La pace dei cento anni e le illusioni dell'epoca contemporanea Di solito consideriamo la guerra un fenomeno accidentale che spezza l'andamento normale delle cose. Eppure basta pensare alla storia per rendersi conto che è del tutto impossibile individuare lunghi periodi di pace: alla prova dei fatti la pace si rivela un'eccezione, mentre la guerra costituisce la regola. L'idea che la pace corrisponda alla norma risponde quindi ad una visione rassicurante della realtà, ma risulta del tutto fuorviante. Al contrario, è la pace che, quando dura troppo a lungo, richiede di essere spiegata. Una situazione del genere, forse unica nella storia, si è verificata nel secolo scorso, quando tra il 1815 e il 1914 gli stati europei furono impegnati a farsi la guerra per non più di diciotto mesi complessivi, a fronte dei sessanta-settant'anni di guerre dei due secoli precedenti. Karl Polany chiama questo periodo la pace dei cento anni.(1) In una prima fase è la Santa Alleanza a garantire, con i suoi eserciti, la pace per evitare che sovrani e feudatari europei vengano danneggiati nei loro interessi dalle rivoluzioni borghesi che infiammano l'Europa. In una seconda fase, dopo la guerra franco-prussiana (1871), è l'alta finanza che garantisce la pace per tutelare gli interessi propri e del grande commercio, che dipendendo da un sistema monetario internazionale non potrebbe funzionare nel corso di una guerra generale. In questo caso, finanza e commercio, responsabili di innummerevoli guerre coloniali, si adoperano in tutti i modi per impedire che si arrivi ad una conflagrazione generale . Per tutto l'Ottocento quindi, la pace viene garantita grazie ad un sistema di equilibrio che si regge prima sulla minaccia di un "esercito internazionale", poi sulla coesione del mercato internazionale. Potremmo dire che nel secolo scorso la pace è servita a mantenere l'ordine nel sistema internazionale garantendo prima, gli interessi dell'aristocrazia, poi quelli della ricca borghesia. L'equilibrio creato dal Congresso di Vienna entra però definitivamente in crisi agli inizi del Novecento, quando rivalità coloniale e concorrenza per i mercati aumentano a tal punto che l'alta finanza non è più in grado di controllarli. L'attentato di Sarajevo e lo scoppio della grande guerra segnano in modo irreversibile la fine del sistema che aveva garantito la pace dei cento anni. Il paradigma razionalistico per la pace perpetua Eppure l'idea che la pace costituisca la norma nelle relazioni tra i popoli e gli stati continua a permanere anche dopo l'esperienza terrificante delle due guerre mondiali. Penso che ciò dipenda essenzialmente da un modo di pensare che potremmo definire di tipo razionalistico- illuminista che si è affermato in Occidente quanto meno a partire dalla rivoluzione scientifica del Seicento. Lo sviluppo della tecnica ed i progressi della scienza hanno convinto gli uomini della illimitata perfettibilità del loro genere ed hanno contribuito a formare una visione ottimistica della storia che faceva prevedere il raggiungimento di uno stato di perfezione e di pace perpetua. La posizione espressa da Kant in Per la pace perpetua (1795) è a questo proposito emblematica. Con un'analisi approfondita Kant evidenzia il ruolo svolto dalla guerra nel costituirsi delle società umane, ruolo che conferisce alla guerra "una dignità intrinseca" (p.130). "Lo stato di pace tra uomini assieme conviventi non è affatto uno stato di natura (status naturalis). Questo è piuttosto uno stato di guerra, nel senso che, se anche non vi sono sempre ostilità dichiarate, è però continua la minaccia che esse abbiano a prodursi". (p.109) Dunque lo stato di pace deve essere istituito dagli uomini attraverso un'opportuna legislazione di diritto internazionale. La suprema garanzia che la pace perpetua possa essere raggiunta è però data dalla natura stessa, "dal cui corso meccanico scaturisce evidente lo scopo di trarre dalle discordie degli uomini, anche contro la loro volontà, la concordia" (p.124). Certo le tesi di Kant meriterebbero un'analisi più approfondita di quella che qui è possibile fare, ma ciò che importa rilevare è l'idea, tipicamente illuminista, dell'esistenza di una natura che orienta l'agire degli uomini secondo dei fini, cioè l'idea di una natura umana tendenzialmente finalizzata all'ordine e all'armonia. Esistono due varianti di questo paradigma razionalistico-illuminista, una liberale ed una marxista: l'idea comune è che la guerra possa scomparire per l'aumento della ricchezza complessiva e per una specie di progresso immanente alla storia. E' vero che in Marx la storia esibisce il suo carattere drammatico legato alla dialettica tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione e quindi presenta in tutto il suo corso la presenza ineliminabile del conflitto, ma la realizzazione del comunismo dovrebbe garantire il superamento di questa situazione conflittuale e l'organizzazione di una società finalmente pacificata dove con l'abolizione delle classi sia abolita anche la conflittualità ad esse intrinseca. Non interessa in questa sede un'analisi delle tesi di Marx quanto invece dell'effetto che tali tesi hanno avuto su milioni di uomini che hanno creduto che l'avvento del comunismo significasse la fine delle ingiustizie e quindi dei conflitti necessari ad abolirle. Nella variante liberale l'idea che l'umanità progredisca necessariamente verso il meglio è forse ancora più evidente. Basta pensare alle tesi di Comte che a metà del secolo XIX ritiene che l'umanità, grazie allo sviluppo della scienza abbia ormai raggiunto un livello positivo dal quale non potrà più arretrare o alla concezione di Croce, che vede la storia come il cammino inarrestabile della libertà, per non parlare poi delle recenti tesi di Fukuyama che dopo la caduta del sistema sovietico parla di fine della storia in quanto sarebbe finalmente compiuto e realizzato il sistema liberale. Questo approccio ottimistico al problema della guerra è stato fino ad ora sconfessato dalle dure repliche della storia. Il paradigma realista E' allora più opportuno concentrare l'attenzione su un altro paradigma interpretativo che sembra fornire più strumenti per comprendere il fenomeno della guerra e di rispondere alla domanda: Perchè gli uomini continuano a farsi la guerra? A questo proposito si tratta di approfondire la tesi neo-machiavellica (Pareto, Mosca, Weber e Michels): i conflitti sociali e le possibilità di guerra sono aspetti costitutivi delle società così come l’aggressività è un aspetto ineliminabile dell’istinto degli uomini. In questa impostazione antropologica e politica si dà importanza al valore che la guerra riveste nel fondare l'identità dei popoli e delle nazioni. Un approccio simbolico: la psicoanalisi Abbandonata una interpretazione prevalentemente razionalistica, dopo aver indagato la prospettiva realistica dobbiamo scandagliare l'ambito del simbolico e a questo livello ci aiuta la psicoanalisi. Nel 1915 Sigmund Freud pubblica su "Imago", la rivista fondata nel 1911, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: in questo scritto Freud esprime tutto il suo sgomento di fronte allo scoppio della guerra: "Dalle grandi potenze mondiali di razza bianca alle quali è toccata la guida del genere umano,...era lecito attendersi che sapessero decidere i loro contrasti ed i loro conflitti d'interesse per altra via." (5) Freud si rifiutava di credere alle voci che parlavano della possibilità di una guerra, ed una volta scoppiata si sarebbe aspettato che si svolgesse "come una disputa cavalleresca" ed invece si trova davanti una delle più impressionanti carneficine che l'umanità abbia mai conosciuto. Ciò suscita in lui un moto di delusione, ma ben presto tale delusione si mostra infondata:"Afflizione e delusione si basavano su di una illusione..i nostri concittadini del mondo non sono affatto caduti così in basso come avevamo temuto, per il semplice motivo che non erano per nulla saliti tanto in alto come avevamo immaginato" (22). La teoria delle pulsioni elaborata dalla psicoanalisi permette di comprendere "quanto sia erroneo stimare la nostra intelligenza come una potenza autonoma, trascurando la sua dipendenza dalla vita sentimentale." (26) La guerra mostra come fosse ingenua la speranza che gli uomini obbedissero più agli interessi che alle passioni. "Tutt'al più si servono degli interessi per razionalizzare le passioni... Perchè poi i popoli e le nazioni si disprezzino..è davvero un mistero." (28) E' come se allorchè una massa si riunisce, venissero cancellate tutte le conquiste morali dei singoli e restasero solo gli atteggiamenti psichici più primitivi, più antichi e rozzi. Nel 1966 Franco Fornari , Presidente della Società italiana di psicoanalisi dopo Cesare Musatti, pubblica Psicoanalisi della guerra, un libro che ottiene attenzione a livello internazionale, in cui sostiene, criticando le posizioni di Freud, che chi va in guerra si sente spinto, non da una necessità di odio, ma da una necessità d'amore. La guerra dipende dalla perdita (reale o immaginaria) di un'oggeto di amore primario indispensabile all'identificazione del gruppo. Ciò significa che come l'Io dell'essere umano si forma attraverso l'identificazione con l'oggetto originario d'amore, la madre, così l'identità del gruppo si forma attraverso l'identificazione con un oggetto buono, originario, la cui perdita, fantasmizzazione\immaginazione della perdita suscita la guerra."La guerra appare da un punto di vista psicologico una istituzione ammirevole. Essa permette, specialmente in caso di vittoria, di fronteggiare e risovere in un solcolpo le due angosce psicotiche di base:l'angoscia depressiva e l'angoscia paranoidea".
Ma l'analisi oggi più interessante sulla guerra ed il suo rapporto con le teorie dell'inconscio è quella svolta da Claudio Risè, psicoanalista di Milano che tiene un corso di Polemologia presso l'Università degli studi di Trieste. "Nella guerra si cerca di ritrovare l'oggetto d 'amore perduto, che non è -come sostiene Fornari- la madre, ma un contenuto dell'inconscio collettivo nazionale, con forte valenza identitaria, e dotato di quell'effetto "numinoso" caratteristico del sacro e del trascendente, che il gruppo sente la necessità di recuperare-riaffermare. E la sua perdita non è, almeno non sempre, il frutto di un delirio paranoide, ma spesso il risultato di una situazione di fatto: secolarizzazione, invasione, dominazione culturale, repressione etnica, linguistica, religiosa.." (C. RISE'). Per tentare di comprendere la guerra nella ex Jugoslavia penso si debba ripensare la guerra come un elemento costitutivo dell'esperienza umana, utilizzando le indicazioni della teoria neomachiavellica o realistica e della psicoanalisi. Tale lettura non è certo tranquillizzante, ma forse prendere coscienza degli aspetti ineliminabili del conflitto tra gli uomini può aiutare ad individuare linee politiche adeguate per contenere e limitare gli esiti disastrosi che il conflitto può generare. Come avviene nella strutturazione della personalità dell'individuo: è necessario riconoscere ed accettare il conflitto per conservare l'equilibrio e la salute mentale. 

Possiamo ora tentare una ricostruzione della vicenda jugoslava che sottolinei l’importanza di una lettura anche in chiave simbolica degli avvenimenti. Il caso della guerra in Jugoslavia C'è una data che lega come un filo rosso alcuni momenti della storia dei Serbi: il 28 giugno, giorno di S.Vito. Nel 1921, in quel giorno, viene approvata la Costituzione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. tre anni prima, sempre nello stesso giorno, viene ucciso a Srajevo l'arciduca Francesco Ferdinando: sarà l'inizio della prima guerra mondiale. Ma bisogna risalire al 1389 per trovare l'inizio di quel filo rosso: in quel giorno il principe Lazar guidava la cavalleria serba contro i turchi, sulla pianadei merli, sul Kosovo polje. Narra la leggenda che alla vigilia della battaglia del Kosovo un falcone grigio volasse da Gerusalemme al campo del principe Lazar portandogli un messaggio inviato dalla madre di Dio:il principe doveva scegliere fra la vittoria e il regno in terra, o la sconfitta e la gloria dei cieli. Lazar scelse la seconda alternativa, lasciando ai serbi "l'esaltante consapevolezza di aver testimoniato col proprio sacrificio la redenzione di Cristo,ma, nel contempo, un sottile, struggente rimpianto per il regno terreno, e la determinazione di riconquistarlo per congiungere i due regni nello splendore di una sola vittoria" (J. Pirjevec, p.7) Così il povero Lazar venne sconfitto e decapitato: da allora sul campo dei merli cresce un fiore purpureo che ricorda il sangue versato da tanti eroi. L'immagine di questa battaglia e del suo esito tragico attraversa tutta la storia dei serbi, fino ad oggi rivestendo un ruolo analogo a quello che ha per noi la nascita di Cristo. Ad ogni avvenimento che si racconta si accompagna la domanda. "E'avvenuto prima o dopo la battaglia, cioè, prima o dopo il nostro asservimento?" A causa di quel martirio volontario i serbi si aspettano da Dio una protezione particolare e, un giorno, la liberazione dalla schiavitù. I croati, divisi tra loro anche dalla lingua di cui parlavano tre varianti differenti divennero un popolo grazie all'identità religiosa cattolica, ottenuta in eredità dalla dominazione dei Franchi. Oltre alla religione li differenziò fortemente dai serbi anche il diverso destino storico. Sempre minacciati dai Turchi essi entrarono però fin dal XIIsec. sotto l'influenza della Corona Ungherese. Uno dei miti fondatori dell'identità croata è quello della Grande Illiria. Nel 1830 il libro di L:Gaj , Regole essenziali dell'ortografia croato-slava, esplode come una bomba: con alcuni accorgimenti tecnici Gaj aveva introdotto un sistema di scrittura unico . Ciò pone le premesse per la nascita di un'unica nazione croata:la Grande Illiria, dall'Adriatico al Mar Nero. Riprendendo un' idea del "rinascimento slavo" Gaj sostiene che gli slavi meridionali (jugo-slavi) discendono dagli antichi Illiri. "Noi siamo uniti non soltanto per ragioni di sangue e di lingua, ma in senso più stretto per il modo di parlare, per le nostre canzoni, le abitudini, le memorie, in una parola, per la particolare nazionalità illirica, antica di qualche migliaio di anni ".(op.cit. p.85) Favorito da Vienna in funzione antimagiara l'illirismo divenne più agguerrito e pericoloso dello stesso nazionalismo ungherese. Il partito illirico, ufficialmente proibito nel 1843, conquistò nel 1845 con il nome di Partito nazionale la maggioranza dei seggi nel sabor e proclamò nel '47 il croato lingua nazionale. Si può ben capire quanto tale nazionalismo venisse stimolato dalla politica dell'amministrazione ungherese che nel 1850 abolì il tricolore nazionale ed introdusse negli uffici la lingua tedesca. Un episodio in particolare mostra l'ottusità del governatore della Croazia che organizzando nel 1893 una visita di Francesco Giuseppe a Zagabria, affinchè il sacro piede del re non toccasse il suolo croato, fece portare da Budapest alcune tonnellate di terra per ricoprire con essa le banchine e i dintorni della stazione ferroviaria. A questa provocazione la gioventù studentesca reagìbruciando la bandiera ungherese. Ne seguì una severa repressione con l'espulsione dall'università di molti studenti e il loro esilio all'estero. Gli sloveni, imparentati piuttosto con gli slavi occidentali (cechi, slovacchi, polacchi) che con quelli meridionalientrarono sotto l'influenza dell'impero franco legandosi in tal modo alla cultura occcidentale. In seguito ad alcuni tentativi di rivolta Carlo Magno spazzò via la nobiltà slovena e da allora gli sloveni rimasero per saecoli un popolo di umili contadini conservando come unico elemento di identità la loro lingua. Solo la chiesa cattolica illuminò con la sua predicazionel'oscurità di questo secoli. Dal punto di vista amministrativo il territorio sloveno fu suddiviso fra l'XI e il XIV secolo, in diverse entità statali: i principati della Carniola, della Crinzia e della Stiria, la contea di Gorizia, la città libera di Trieste, il marchesato d'Istria, che attraverso movimentate vicende dinastiche vennero tutti ad orbitare intorno alla casa d'Austria. In memoria della loro prima effimera entità statale rimase solo un trono di pietra e una cerimonia di investitura. "nel corso di essa il principe, vestito da contadino, con promesse di buon governo e doni simbolici doveva riscattare da un contadino libero, scelto nella classe dei Kosezi (uomini d'arme con particolari benefici e libertà), il diritto di ascendere alla sua carica. (124) L'unica famiglia capace di tenere testa all'Austria tra il 1333 e il 1456 fu quella dei conti di Celje, che avevano come stemma tre stelle d'oro su fondo azzurro che figurano dal 1991, anche in quello della repubblica indipendente. Breve schizzo storico Le tribù slave che all'inizio del VI secolo d.C. si insediano nella penisola balcanica sovrapponendosi in parte alle popolazioni preesistenti (celti,
illirici, sarmati, traci e greci) presentano caratteristiche molto simili quanto a struttura sociale, religione e modo di vita. Nel corso di pochi secoli però questi antenati dei serbi, dei croati e degli sloveni, ma anche dei montenegrini, dei macedoni e dei bosniaci acquisiscono identità etniche differenti in relazione alle diverse vicende storiche che li coinvolgono. Vedremo come nel costituirsi di tali identità svolgono un ruolo fondamentale la religione, la lingua, le tradizioni ed i miti raccontati di generazione in generazione. I serbi Gli antenati dei serbi che in meno di un secolo conquistano tutta la penisola balcanica spingendosi fin sotto le mura di Salonicco e di Costantinopoli subiranno prima l'influenza bizantina e poi , a partire dalla fine del Quattrocento, il dominio diretto dei turchi che occupano la parte centro-meridionale dei Balcani (cui danno appunto il nome di Balkan=monte). Gli slavi che vivono in queste zone e che avevano conosciuto, nel corso del Medioevo, uno sviluppo analogo a quello dell'Occidente cristiano resteranno prigionieri di una cultura bizantina prevalentemente ecclesiastica e fino alla fine del Settecento non conosceranno nulla di simile all'umanesimo ed al rinascimento europei. Con la pace del 1739 tra Vienna ed Istanbul, Belgrado resterà nelle mani dei turchi per tutto un secolo ed il popolo serbo verrà diviso in due: il confine infatti passava sul corso inferiore della Sava e sul Danubio lasciando soltanto la Vojvodina agli austriaci. Il Kosovo, centro religioso e culturale dei serbi , sempre più spopolato verrà ben presto occupato dagli albanesi che presto si convertiranno all'islam, incarnando così agli occhi dei pochi serbi rimasti il nemico di sempre, l'odiato turco. Solo dopo il Congresso di Vienna (1815) verso la fine degli anni Venti il Sultano concederà alla Serbia il ruolo di stato vassallo. Nei tre secoli di dominazione turca l'identità serba viene mantenuta viva dalla tradizione mitica, dalla religione e dalla lingua. Questi elementi contribuiscono a dare alla popolazione serba una forte identità e integrità psicologica. Il principale centro del cristianesimo, si costituì verso la fine del IX secolo sul lago di Ohrid (in Macedonia), grazie all'attività dei discepoli dei santi Cirillo e Metodio che avevano inventato un alfabeto per trascrivere in slavo-macedone i testi sacri. Il cirillico che sostituì l'originario glagolitico divenne attraverso la predicazione dei monaci la scrittura di tutti gli slavi ortodossi, uniti anche da una comune lingua liturgica che restò attraverso i secoli la lingua letteraria e delle persone di cultura. Agli inizi del XIII secolo si costituì a Pec', nel cuore del Kosovo una chiesa nazionale, che abolita in un primo tempo, venne poi tollerata dai turchi a partire dal 1557. La chiesa con i suoi 40 metropoliti ed episcopi divenne così l'incarnazione vivente del motto nazionale "Solo la concordia salva i serbi". Vedremo che nel corso dell'Ottocento la questione della lingua assume un'importanza fondamentale in relazione alla nascita del nazionalismo. I croati Nel terzo decennio del VII secolo, tra le ultime tribù slave comparvero delle popolazioni che portavano il nome di croati, insediandosi dapprima in Dalmazia. Divisi da tre varianti dialettali differenti, sparsi lungo tutta la costa adriatica, nonchè nell'interno, i croati costruirono la lolro identità convertendosi presto al cattolicesimo, separandosi in talmodo dai serbi ed entrando attraverso il dominio dei Franchi sotto la sfera di influenza culturale di Roma. Alla ricerca di una identità linguistica i croati scelsero la lingua liturgica veteroslava e l'uso dell'alfabeto glagolitico che restòin vigore nelle classi colte almeno fino all'affermarsi tra i letterati, nel corso del Cinquecento, della lingua popolare. A partire daiprimi anni del XII sec. i croati entrarono sotto la sfera di influenza della corona di S. Stefano. Il dominio più o meno diretto dell'Ugheria sarebbe durato fino alla fine della grande guerra nel 1918. Il costituirsi della frontiera tra il Sacro romano impero, cui erano soggetti gli sloveni e la corona di S. Stefano, cui eranosoggetti i croati, segnò tra i due popoli una cesura incolmabile. Le vicende storiche avevano così portato i croati a separarsi da serbi e sloveni ed a costruire una propria identità, a partire dalla religione, attorno ad alcune istituzioni che conservarono nel corso dei secoli: la dieta, assemblea rappresentativa essenzialmente della nobiltà e il bano, governatore rappresentante del re. Vedremo come nell'Ottocento la questione della lingua diventerà esplosiva in relazione alla nascita di un nazionalismo estremo e spesso violento. Gli sloveni Gli sloveni, privi persino di un nome tribale, imparentati più con gli slavi occidentali (cechi, slovacchi e polacchi) che con quelli meridionali, si insediarono a partire dalla seconda metà del VI secolo in un ampio territorio tra Vienna, il lago Balaton e le coste settentrionali dell'Adriatico. Attraverso il dominio franco entrarono nell'orbita della cultura occidentale, ma a differenza dei croati a partire dall'XI secolo il territorio degli sloveni fu diviso in differenti entità statali che entrarono tutte nella sfera di influenza della casa d'Austria. Liquidata da parte dei Franchi la nobiltà slovena, per secoli questo popolo restò un popolo di contadini, attraversato da improvvise rivolte e feroci repressioni fino ai primi decenni del Settecento. Unico segno di identità etnica di questo popolo fu la lingua, i primi scritti appaiono intorno al Mille ed il diffondersi del cattolicesimo. Nella prima metà dell'Ottocento il diffondersi del romanticismo tedesco rafforzerà il culto della lingua come strumento di affermazione della propria identità: solo allora si affermerà il termine "sloveno" come nome comune per carinziani, stiriani, carniolani ed abitanti del Litorale (Istria) di lingua slava. Identità etnica versus nazionalismo Nel secolo scorso maturano le condizioni drammatiche perchè l'identità nazionale di serbi, croati e sloveni, per troppi secoli impedita, maturi verso forme di nazionalismo esasperato.
La ventata di novità portata dal romanticismo che sottolinea l'importanza della lingua nel costituirsi dell'identità di un popolo stimola in Serbia una riflessione sulla lingua che vede in Vuk Stefanovic Karadzic il più importante animatore: con i suoi libri egli fonda la moderna lingua letteraria serba, il più possibile vicina alla lingua parlata (soprattutto in Bosnia-Erzegovina) e scritta con un alfabeto cisrillico semplificato. Egli affermava che tutti gli slavi meridionali (Jugo-slavi) la cui parlata apparteneva al dialetto dello sto, parlato oltre che da serbi e mussulmani da buona parte dei croati, erano da considerarsi serbi per appartenenza nazionale. Questa idea sta all'origine del nazionalismo serbo. Essa venne alimentata dalla raccolta dei canti popolari serbi che vennero inseriti nelle antologie delle scuole e che raccontando della perenne lotta contro i turchi, visti come il male assoluto contribuirono in modo determinante a rafforzare nei serbi una visione mitica di sè e del proprio ruolo nei Balcani. L'idea di una Grande-Serbia incominciò da allora ad affascinare conservatosi, liberali, ma anche i primi socialisti. Quando nel 1878 il congresso di Berlino sotto l'abile regioa di Bismarck previde l'estensione dell'amministrazione austro-ungherese alla Bosnia-Erzegovina i serbi che ritenevano tale regione una zona dove "il loro popolo era diviso in tere religioni diverse" reagirono con un senso di forte frustrazione. Al contrario i croati ritenevano di trarre vantaggio dal rafforzamento dell'elemento slavo nella monarchia asburgica. Da questo momento in poi la conquista della Bosnia-Erzegovina divenno un obbiettivo dei serbi che si unì alla volontà di cacciare i turchi dalla penisola balcanica. Questo secondo obbiettivo venne raggiunto con le due guerre balcaniche del del 1912 e 1913. La Serbia ottenne la Macedonia centrale ed il Kosovo che chiamò rispettivamente "Serbia meridionale" e "Vecchia Serbia" instaurando nelle due regioni un regime di terrore e raddoppiando il proprio territorio. La nascita della Jugoslavia La Jugoslavia nasce alla fine della prima guerra mondiale come "Regno dei serbi, croati e sloveni". Il nome non deve ingannare: non è infatti dettato dal riconoscimento della presenza di tre etnie aventi pari dignità, ma dal rifiuto dell'oligarchia al potere di dare alla nuova realtà statale il nome di Jugoslavia, cioè terra degli slavi del sud, "perchè ciò avrebbe significato rinunciare all'individualità serba, accentuando il peso della tradizione così a lungo coltivata dai croati" (Questa e le successive citazioni indicate soltanto con il numero di pagina sono tratte dal bel libro di JOZE PIRJEVEC, Serbi, Croati, Sloveni, Il Mulino, 1995). La costituzione del 28 giugno 1921 votata nel giorno di SanVito con una maggioranza risicata non teneva in alcun conto le differenze culturali e di sviluppo economico tra le diverse regioni del paese, ma divise il territorio in dipartimenti decisi, sulla base dell'esempio francese, in modo da favorire il centro. Un centro che governerà con la forza dell'esercito e il sostegno internazionale. La comunità internazionale infatti si illudeva di risolvere in questo modo, una volta per tutte, la situazione critica presente da decenni nei Balcani. L'idea di poter risolvere le situazioni conflittuali presenti in questa area geografica con un intervento "dall'alto" costruendo uno stato che non aveva un legame identitario reale, doveva rivelarsi disastrosa, quando in seguito alla mutata situazione internazionale (fine della guerra fredda) la Jugoslavia non sarebbe più interessata a nessuno. Di fatto negli anni Venti, fino a quando restò in funzione il parlamento, l'establishment serbo governava il paese con l'appoggio di alcune minoranze cui in cambio concedeva dei vantaggi (sloveni e musulmani bosniaci) portando avanti un progetto teso a "serbizzare" alcune provincie come la Macedonia e il Kosovo. La cricca al potere manovrava le grandi masse serbe con agevolazioni fiscali contribuendo in tal modo ad aumentare sempre più i contrasti con i croati che non accettavano di rinunciare alla propria identità nazionale. Morto nel '26 il primo ministro Nikola Pasic, il re Alessandro Karadjordjevic lasciò crescere la tensione nel paese per aumentare il suo potere. Così in seguito all'attentato contro Stjepan Radic, leader dei croati, abolì la costituzione (6gennaio 1929) e applaudito dalle potenze occidentali sciolse il parlamento ed abolì i partiti. Al resto pensò la cxrisi economica che travolse la fragile economia del paese. Assassinato da un sicario inviato da Ante Pavelic, leader degli ustascia croati, Alessandro venne sostituito dal reggente Paolo che incontrò notevoli difficolltà nel tentativo di estromettere dal potere la carsija che riusciva a manovrare contro di lui le masse serbe puntando sui loro sentimenti antioccidentali e antipapisti. Solo nel'38 fu possibile raggiungere un accordo con i croati che venne firmato nell'agosto del '39 una settimana prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Nel '41 la Jugoslavia si trovò praticamente accerchiata e il reggente decise di aderire all'Asse. I militari serbi però non erano della stessa idea, pensando di poter resistere alle truppe nazi-fasciste nel sud del paese e di abbandonare la Slovenia e la Croazia alla mercè di Hitler e Mussolini.
Rovesciato il regime di Paolo e proclamata la maggior età di re Pietro, sostenuti dalle masse al grido di "meglio la guerra della schiavitù", "meglio la tomba del patto" i militari portarono l'esercito allo sbaraglio: la Serbia venne occupata dai tedeschi e ridotta ai confini antecedenti le guerre balcani (nelle quali aveva raddoppiato il suo territorio). L'Italia unì la parte occidentale della Macedonia e quasi tutto il Kosovo all'Albania e occupò il Montenegro. Il resto della Serbia divenne un protettorato della Wehrmacht. Ma la tragedia del popolo serbo conobbe uno sviluppo ancora più terribile: sotto la protezione dell'Asse era nato lo stato croato, guidato da Ante Pavelic, che comprendeva oltre alla Croazia, buona parte della Dalmazia e tutta la Bosnia-Erzegovina. "Secondo l'ideologia degli ustascia, decisi a creare uno stato etnicamente puro, i serbi andavano eliminati insieme con gli ebrei e con gli zingari: una parte di essi avrebbe dovuto essere sterminata fisicamente, un'altra costretta all'esilio e quella che rimaneva ribattezzata secondo il rito cattolico per essere così assimilata più facilmente.(52) L'invasione della Jugoslavia fu salutata da molti croati come una liberazione. Le loro simpatie però andarono ben presto ai tedeschi perchè l'Italia fascista si era presa buona parte della Dalmazia e Mussolini aveva imposto come sovrano per il nuovo stato il principe di casa Savoia Aimone d'Aosta. Inoltre i tedeschi venivano guardati dai seguaci di Pavelic come veri e propri maestri per la loro capacità di risolvere la "questione ebraica". Così gli ustascia passarono all'attuazione dei loro piani creando lager di sterminio (terribile quello di Jasenovac). Le masse popolari croate, anche per l'acquiescenza della chiesa cattolica al regime degli ustascia, rimasero del tutto passive lasciando ai serbi ed ai pochi comunisti croati il compito di organizzare la resistenza. Come i Croati, anche gli Sloveni dopo la fine della grande guerra non poterono fare a meno di saltare sul carro dei Serbi vincitori. La Slovenia venne trattata meglio della Croazia ottenendo anche una propria università. Nel'20 alle elezioni per l'assemblea costituente si affermò il partito popolare di ispirazione cattolica, segno che gli sloveni cercavano di riaffermare attraverso la religione una propria identità. In seguito mantennero nei confronti di Belgrado una politica opportunistica fino a quando Korosec, un sacerdote cattolico leader del partito popolare divenne nel '28capo del governo. Con il trattato di Rapallo (1920) furono costretti a cedere all'Italia tutto il Litorale che* prenderà il nome di Venezia Giulia: qui gli sloveni dovettero affrontare una politica persecutoria da parte dello stato liberale italiano culminata nel '20 con l'incendio a Trieste del centro culturale sloveno e accentuatasi durante il fascismo fino a quando nel '27 venne proibita agli sloveni qualsiasi attività di tipo politico e culturale. Gli sloveni rimasti in Carinzia vennero costretti a un vero e proprio esodo di massa dopo l'anschluss per far posto ai sudtirolesi che avevano optato, in seguito ads un accordo tra hitler e Mussolini, per li trasferimento nel Reich. Gli sloveni accolsero con grande paura l'occupazione tedesca che portò allo smembramento in tre della Slovenia. I tedeschi applicarono una politica di persecuzione simile se non peggiore di quella realizzata in Polonia. La resistenza e la guerra di liberazione I Serbi, perseguitati dagli ustascia con uno zelo che lasciava stupiti gli stessi tedeschi si organizzarono in bande per resistere ai loro nemici. Una formazione più tradizionale si raccolse attorno a un colonello dell'ex esercito regio Draza Mihailovic (cetnici); l'altra resistenza si manifestò dopo l'attacco di Hitler all'Unione Sovietica fu animata dai comunisti. Alla guida del PCJ c'era dal '37 Josip Broz-Tito, croato-sloveno, che promosse la formazione dentro il PCJ di due partitiautonomi:quello sloveno e quello croato. Tito capì l'importanza di riconoscere dugnità al pluralismo etnico anche nei confronti di montenegrini, macedoni e albanesi. La carica messianica del comunismo permise a Tito di organizzare in Bosnia-ERzegovina un vigoroso movimento politico-militare di resistenza. A Jaice, antica capitale dei sovrani bosniaci Tito gettò le basi di un futuro stato federale articolato in repubbliche "nazionali" . Intanto dal'42 a capo del partito comunista croato e del suo movimento di liberazione venne chiamato Andrija Hebrang che diede un'impronta nazionale e un carattere patriottico alla guerra di liberazione sottolineando la sua indipendenza dai vertici del PCJ. Nel settembre del '43 la resistenza croata pubblicò un proclamacon cui l'Istria, il Litorale croato e la Dalmazia venivano annessi alla Croazia. Non solo i Serbi, ma anche Tito protestò contro questa decisione. Mentre riprendeva la tensione tra serbi e croati, lo stato croato di A. Pavelic si dissolveva nel sangue. Acentinaia di migliaia i croati collaborazionisti si gettarono verso il Friuli e la Carinzia, ma da qui gli inglesi li rispedirono in treno verso la Jugoslavia dove reparti speciali di Tito li aspettavano per liquidarli. Alle atrocità commesse dagli ustascia si aggiunsero così quelle compiute dai comunisti contro i collaborazionisti croati e sloveni. Ciò doveva portare ad una frattura lacerante in Slovenia dove la lotta di liberazione aveva assunto un carattere nazionale. Tito venne sostenuto anche da Churchill che vedeva in lui la capacità di battere i tedeschi, e da Stalin che ai primi di ottobre inviò in Serbia un forte contingente dell'Armata Rossa. Appena divenuto padrone del paese Tito vi instaurò un regime di terrore sia contro i nemici dichiarati (minoranza tedesca, collaborazionisti e cetnici) sia contro la popolazione serba ritenuta colpevole di aver accettato passivamente la dominazione tedesca. I serbi furono costretti ad una leva di massa e mandati a morire contro i tedeschi per rallentarne la ritirata dai Balcani; gli albanesi vennero sottomessi da una dura repressione con l'accusa di aver collaborato con il fascismo. La jugoslavia socialista, come deciso a Jaice venne ristrutturata in una federazione di repubbliche che riprendeva fedelmente lo schema istituzionale sovietico. La costituzione del '74 concesse ampie autonomie alle sei repubbliche ed alle due provincie della federazione (Serbia, Macedonia, Montenegro, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Slovenia, Vojvodina e Kosovo). Lo schema di divisione era come nel primo dopoguerra calato dall'alto rispettando solo in parte le differenze etniche: i serbi venivano divisi in tre repubbliche e due provincie, quelli della Krajina si trovavano inglobati nella Croazia. Nonostante ciò i serbi restavano la pietra angolare di tutto l'edificio statale controllando l'esercito, la polizia segreta e l'attività di propaganda politico-ideologica. Le tensioni tra il centralismo di Belgrado e le rivendicazioni autonomistiche continuarono a crescere fino ad esplodere dopo la morte di Tito nel 1980. Con il crollo dell'Unione Sovietica e la fine della guerra fredda la Jugoslavia non interessava più a nessuno. "I suoi popoli acquistarono dunque un'inaspettata possibilità di manovra, per regolare i conti reciproci, nella ricerca del proprio specifico interesse," (p.66) Il ruolo dell'O.N.U. Per capire il ruolo che possono oggi svolgere le Organizzazioni Internazionali nel limitare e contenere le guerre è opportuno tenere presenti alcuni aspetti della nostra epoca che da molti studiosi viene oggi definita postmoderna. * Mondialismo: questa tendenza si è espressa nel nostro secolo proprio con le due guerre mondiali. L'attuale mondialismo però, a differenza di quanto riteneva la teoria di ispirazione illuminista di cui si è parlato all'inizio, è l'espressione di istanze di natura privatistica che non sopportano di restare confinate all'interno dei singoli stati e di essere sottoposte ad una regolamentazione collettiva e tendono quindi a creare una situazione caotica e di disordine. Il processo di globalizzazione è al contempo effetto e causa di profonde disuguaglianze sia all'interno dei paesi sviluppati chetra loro e le aree di sottosviluppo. Es. la struttura dei mercati finanziari. * Primordialismo: "per certi versi
sinergico al mondialismo. Si tratta del crescente interesse e vigore di tutte le esperienze umane che vengono in qualche modo riferite al legame con la nascita, la discendenza, e il luogo di nascita o di provenienza ancestrale." (Risè) La sociologia contemporanea ha svalutato i legami primordiali, mentre essi si presentano sempre più forti in un'epoca che tende alla spersonalizzazione: la stragrande maggioranza delle guerre della seconda metà del nostro secolo sono state combattute in nome del diritto di un popolo all'autodeterminazione, al proprio territorio ed alla propria nazione intesa soprattutto nel suo aspetto oggettivo:passato, territorio, razza, cultura e religione. Gli interlocutori dei gruppi nelle loro rivendicazioni identitarie sono gli Stati e più indirettamente le Organizzazioni Internazionali.

Bibliografia:

Joze Pirjevec, Serbi, Croati, Sloveni, Bologna, Il Mulino, 1995.
AA.VV., Jugoslavia perché, Roma, Gamberetti ed.,1995 AA.VV., I Musulmani di Bosnia, Roma.
Donzelli, 1993 S.Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, Pordenone Studio Tesi, 1991.
F.Fornari, Psicoanalisi della guerra, Milano, Fletrinelli, 1966. 
C. Risè, Corso di Polemologia, Università degli studi di Trieste, Anno accademico 1994-95.

Paolo Ferliga
Brescia, marzo 1997