Un sogno non solo americano

Claudio Risé

http://claudiorise.blogsome.com/2008/11/10/un-sogno-non-solo-americano/#more-463

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 10 novembre 2008, www.ilmattino.it Il sogno non è solo americano. Oggi tutto il mondo ha bisogno di sognarlo. Quel sogno è indispensabile per muovere la realtà, darle slancio, ispirarla, anche nel senso di darle speranza. Sognare non riguarda solo l’evasione, la notte, ma soprattutto la vita quotidiana, che dai sogni trae le intuizioni migliori. Ecco perché tutto il mondo, che non sognava più da un pezzo, aveva bisogno di fare un sogno come quello che l’America gli ha regalato, e gliene è grato, anche un po’ commosso. Quali sono gli elementi principali del sogno Barack Obama, e a quali passioni corrispondono? Innanzitutto c’è la passione dell’eguaglianza, nel senso di uguale dignità e possibilità di affermazione per tutti gli esseri umani. Un sogno che oggi molti, in tutto il mondo, sentivano il bisogno di godersi. Da quando l’ideologia socialista (che nell’800/’900 aveva annunciato l’eguaglianza) era precipitata nel socialismo reale, nei Gulag e nell’oppressione dei popoli conquistati con l’Armata Rossa, l’eguale valore di ogni essere umano aveva perso forza e attrattiva, sia nei modelli culturali proposti che nelle ricette della politica. Mentre i paesi socialisti si logoravano, nel mondo il sogno dell’eguaglianza venne gradualmente occupato dal mito dell’affermazione individuale, delle grandi ricchezze di pochi eletti, dei vip, distantissimi dai comuni mortali, delle cui privilegiate (e spesso sgangherate) vicende i più sfortunati si nutrivano avidamente, spiandole dai media, dai gossip, dalle sitcom. Il sogno illustrato del successo e della ricchezza di pochi rese fuori moda e cacciò quello dell’eguaglianza e della dignità di tutti. Quel nuovo sogno, ancora vitale e divertente negli anni 80, chiamati dell’«edonismo reaganiano», divenne poi la rappresentazione cupa e noiosa, sgradevole, della protervia e anche dell’imbroglio, come svelarono alla fine i colossali crac dei mesi scorsi. Ci si accorse allora che l’individualismo non serviva più a creare ricchezza ma a distruggerla, mentre le distanze sociali si approfondivano, la cultura languiva e si involgariva. Per questo oggi tutti si appassionano alla storia magica del ragazzo nero, che con costanza e intelligenza trasforma l’appartenenza a un gruppo ancora sfavorito in carisma e nuove visioni per un paese che ne aveva assoluto bisogno, e infine vince, diventandone presidente. Questa storia, sogno divenuto realtà, aiuta il mondo a sperare di essere uscito dall’incantesimo dark di un capitalismo gotico e disfunzionale. Forse non si è più o privilegiati o esclusi; forse affermare la propria dignità e insieme quella di tutti è possibile, con la seria determinazione, l’auto educazione (nell’«Obama dream» non sono mancate le confessioni imbarazzanti), e la generosità negli obiettivi. Questo grande sogno condiviso da tutto il mondo, globale e multiculturale come lo stesso Obama, ha anche un altro elemento costitutivo: il cambiamento, il rinnovamento. Obama è un uomo ancora giovane che entra pieno di forza e di compostezza nelle stanze di un potere vecchio, e non privo di sguaiatezze, come la «sala ovale» della Casa Bianca ricorda. La sua immagine e le sue parole promettono un cambiamento di cui tutti, non solo negli Stati Uniti sentono il bisogno. Il suo successo non è stato determinato solo da una campagna intelligente, ma dalla coincidenza della sua immagine e delle sue proposte con le esigenze dell’inconscio collettivo del mondo globalizzato. Che ha sete di rinnovamento, di forza, di rigore, di sapere (Obama è stato il più giovane direttore della rivista di diritto della Harvard University), di gen
erosità.

 
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