La fotografia di Benedetto Macca

su Canon.

Foto splendide, paesaggio dell'anima, con una bella intervista dove l'autore parla del padre.
http://fe-jam.mag-news.it/nl/a.jsp?Uj.B-g.DKt.Pn.A.i-xh

D] Quale è stato il fattore scatenante?

R] A dire il vero, l’idea di fare fotografia l’avevo sin da ragazzo. Ho tardato ad iniziare quasi per ripicca nei confronti di mio padre: collezionista e geloso delle sue macchine fotografiche. Non mi permetteva di toccarle, così, da ribelle quale ero, ho tentato di allontanare ogni contatto con l’immagine scattata. A trent’anni mi son detto: “Quasi, quasi …”; e sono partito.

D] Papà era collezionista ed anche fotografo?

R] Sì, ma operava in ambito familiare. Del resto, a quei tempi non si poteva scattare “a mitraglia”. Di macchine, comunque, ne ha messe insieme parecchie, tipicamente Zeiss, Leica, Rollei: tutta roba anteguerra.

D] Però ti ha lasciato delle belle foto …

R] Dei bei ricordi. Le ho riviste tempo addietro e debbo dire che sono molto evocative …

D] Di cosa?

R] Della mia infanzia, della giovinezza lontana, di quegli anni ’60 che adesso sembrano lontani anni luce.

D]. Tuo padre ti ha influenzato?

R] Per canali sommersi, forse sì; e probabilmente ho affrontato certi generi quasi per contrapposizione. Per fare paesaggio, così come lo interpreto io, ci vuole molto impegno e la fatica si fa sentire. Un giorno è caldo ed in un altro geli dal freddo; poi c’è la pioggia, il vento e l’umidità: per uno scatto che, intrinsecamente, vive di casualità. Giri per ore e, all’improvviso, trovi ciò che cercavi. Sappi che i posti che frequento non sono così deserti come sembrano. Le dune del Po, ad esempio, sono frequentatissime. Evidentemente riesco a ritagliarmi i miei spazi, anche perché amo quei luoghi. Forse è per questo che non sogno i paesi esotici.

 
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